Nella causa Ubeda e altri c. Italia, la Corte (sentenza 2.7.2206) ha stabilito che vi è stata una violazione del divieto di trattamenti
inumani e degradanti e del diritto al rispetto della vita privata e familiare, sanciti dalla Convenzione, in relazione alle denunce di violenza domestica.
La Corte ha rilevato che le autorità italiane avevano reagito prontamente alle accuse di violenza domestica;
un procedimento penale era stato avviato nell’aprile 2021 e la signora Ubeda, insieme ai figli,
era stata collocata in una struttura di accoglienza il mese successivo. Tuttavia, sebbene tale collocamento avesse
scongiurato una possibile escalation della violenza, esso aveva imposto loro un onere maggiore rispetto a quello gravante sull’imputato,
nei cui confronti non era stata adottata alcuna misura. Inoltre, le autorità non avevano valutato la proporzionalità della misura in modo
continuativo né preso in considerazione la possibilità di adottare soluzioni alternative, come, ad esempio,
l’assegnazione della casa familiare alla signora Ubeda e ai figli o l’autorizzazione al loro trasferimento in Francia.
La Corte ha ritenuto che il procedimento non avesse soddisfatto i requisiti di un’indagine tempestiva,
approfondita ed efficace, come previsto dalla Convenzione. Nel novembre 2021, il pubblico ministero
aveva chiesto l’archiviazione del procedimento. Egli aveva liquidato come “uno scherzo di cattivo gusto”
un episodio in cui l’imputato avrebbe puntato un coltello alla gola della signora Ubeda e aveva affermato che
fosse difficile dimostrare la consapevolezza dell’imputato circa il mancato consenso della donna al rapporto sessuale,
sostenendo che “è normale per gli uomini dover superare un livello minimo di resistenza che ogni donna tende a manifestare quando è stanca per la vita quotidiana e un uomo avanza una proposta sessuale“.
La Corte ha rilevato che tali motivazioni riflettevano una cultura sessista e stereotipata, condividendo
le preoccupazioni espresse in un rapporto del GREVIO (Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei
confronti delle donne e la violenza domestica) secondo cui tali stereotipi potrebbero esporre le vittime di violenza domestica
a un’ulteriore vittimizzazione (secondaria) in sede giudiziaria. In ogni caso, a seguito delle obiezioni sollevate dalla signora Ubeda,
la richiesta del pubblico ministero era stata respinta ed erano state disposte ulteriori indagini.
Tuttavia, non risulta che, ad oggi, si sia tenuta alcuna udienza.
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